TORNANO ONLINE GLI STIPENDI DEI DIRIGENTI PUBBLICI (MA NON LE DICHIARAZIONI DEI REDDITI)

Gli stipendi dei dirigenti pubblici devono tornare online. Ma non le dichiarazioni dei redditi e i dati patrimoniali, a meno che si tratti di segretari generali, capi di gabinetto o dell’ufficio legislativo. Per questa élite della dirigenza ministeriale la trasparenza deve essere totale.

La Consulta chiude con un giudizio salomonico l’infinita battaglia di carte bollate che ha opposto la dirigenza pubblica agli obblighi di mostrare online redditi e patrimoni, imposti sei anni fa dal primo dei decreti attuativi della legge Severino (articolo 14, comma 1-bis del decreto legislativo 33/2013). Salomonico ma soddisfacente per i dirigenti che hanno ingaggiato la lotta, e che puntavano proprio sullo stop ai patrimoni. Anche se fra i singoli diretti interessati non manca chi storce il naso di fronte al “gossip retributivo” ingaggiato dalla pubblicazione dei compensi. I dirigenti si vedono in ogni caso riconosciuto il principio che avevano invocato, cioè l’irragionevolezza di un trattamento che non distingue un ministro da un dirigente comunale.

La sentenza della Consulta (la 20/2018 depositata ieri: presidente Lattanzi, redattore Zanon) si è mossa su un crinale stretto. Da un lato c’e il principio della trasparenza, che deve aprire ai cittadini l’accesso più ampio possibile si dati della Pubblica amministrazione, e dall’altro quello alla riservatezza, che deve tutelare i dati sensibili. La legge anticorruzione ha imposto a tutti, dal più noto fra i politici al più oscuro fra i dirigenti, di pubblicare dichiarazioni dei redditi e dati patrimoniali, suoi e dei parenti se questi danno il consenso. Tanta equità non è piaciuta ai dirigenti: e quelli del Garante della Privacy, esperti del tema, hanno bussato al Tar arrivando fino in Corte costituzionale. E mentre il risiko giuridico si sviluppava, hanno impugnato anche le istruzioni attuative scritte dall’Anac, che dopo una lunga partita a scacchi ai tribunali amministrativi si è arresa sospendendo gli obblighi di pubblicazione.

Il primo effetto della sentenza di ieri, quindi, è il ritorno sui siti di tutte le amministrazione delle tabelle con gli stipendi dei loro 140mila dirigenti, insieme ai rimborsi delle spese di missione. Le dichiarazioni dei redditi e gli elenchi dei patrimoni, invece, andranno ripubblicati da poche decine di persone, che occupano i vertici amministrativi dei ministeri. Si tratta di quelli nominati con decreto del Quirinale o di Palazzo Chigi, su proposta del ministro, per i ruoli di segretario generale o di dirigente di “strutture complesse”. Per individuarli bisogna scorrere i commi 3 e 4 dell’articolo 19 del Testo unico del pubblico impiego.

di Gianni Trovati “Il Sole 24 Ore”

21.02.19

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